Smart technologies, dove realmente servono



Sempre più diffuso è il termine smart, applicato per definire un insieme di tecnologie e solo più di recente di dispositivi collaborativi che hanno come fine ultimo il miglioramento della vita delle persone, prendendosi cura di monitorare, ed in qualche caso di agire, per regolare l’impatto ambientale dei sistemi tradizionali, la qualità di cio che ci mantiene sani – l’aria, i cibi, la mobilità ed i trasporti.
Internet of Things è il paradigma collaborativo: esso definisce l’ambito in cui questi dispositivi sono presenti e comunicano tra di loro, grazie infine all’avvento di IPv6 che ne permette l’identificazione in rete in modo univoco; decine di migliaia e più di questi dispositivi collaborativi non potevano essere identificati dal vecchio IPv4, già in penuria di indirizzi.
Smart cities è il campo applicativo, le città intelligenti che si mettono al servizio – reale – del cittadino, in maniera trasparente migrando una nuvola di servizi – non interessa quali al cittadino – che impattano positivamente risolvendo le numerose incongruenze, incastrando tra loro le tessere della Pubblica Amministrazione; avere la possibilità di svolgere numerose, ed in futuro tutte, le ordinarie interazioni con la PA dal proprio terminale mobile è solo l’inizio; sapere com’è l’aria che si respira oggi in centro o se troverai un parcheggio dove ti interessa è un altro tassello.
Applicare queste tecnologie in ambito urbano è anche molto semplice sia per i produttori sia per le PA, che riescono in qualche modo a riabilitarsi promuovendo queste iniziative. Nulla di sbagliato ma facendo così tendiamo a dimenticare il nostro territorio, il suolo italico e la distribuzione dei problemi che lo affliggono.
Le smart cities possono migliorare la qualità della vita, ma le smart net possono salvare delle vite. Questa è la distinzione di fondo che ancora viene poco colta.
Il nostro territorio è costituito da ampie valli, territori rurali, piccoli conglomerati urbani, monti e isole. Un territorio sempre più in preda al dissesto idro-geologico, sia per incuria sia per il verificarsi di calamità naturali che ne accentuano i problemi, fino a mettere in ginocchio intere macro-aree, Province, financo Regioni.
Voglio dunque parlarvi di smart net, anzi, di WiSeNet® se mi permettete un piccolo spazio pubblicitario, e di cosa realmente serve alla nostra nazione (ed anche a molte altre).
Immaginiamo allora un piccolo dispositivo, bio-compatibile e “disperdibile” nell’ambiente, non caraterizzato da dove si trova ma in grado di operare in qualunque condizione ambientale; pensiamo poi che non abbia bisogno di una costante fonte di energia per funzionare, e che anzi, sia abbastanza furbo da cercare lui la giusta fonte energetica per rimanere attivo; e se proprio di entrare in un sonno profondo – conservativo – fintanto che non trova cibo.
Prendiamo atto anche del fatto che è progettato per durare nel tempo, mediamente 35 anni senza bisogno di interventi e manutenzioni; e del fatto che “lui” non è importante, può anche cessare di funzionare, è previsto che prima o poi accada. Perchè “lui” non è solo.
Una smart net è un insieme di tanti dispositivi che dialogano tra di loro; essa si rimodella – e si riprogramma – in base alle necessità, siano esse di sopravvivenza della rete o di sacrificio estremo volto a conservare la vita delle persone.
Abbiamo avuto l’esempio del terremoto in Emilia-Romagna; io l’ho sentito vivendo in prossimità dell’epicentro, in tanti l’abbiamo vissuto ad attimi sospesi, giorni che si susseguivano nell’incertezza, il mescolarsi di luce e notte accampati alla meglio, pronti a scappare.
Non si possono prevedere i terremoti, questo è il messaggio più che chiaro che gli Enti ci trasmettono.
Se invece di cercare di prevederli fossimo invece in grado di avere a disposizione quella manciata di secondi che in questi casi fanno la differenza tra la vita e la morte? Un sistema di allarme che non solo avvisi ma che intervenga per preservare la vita: interrompendo automaticamente la fornitura di gas metano, registrando – dispositivi immersi nelle strutture portanti di un edificio – ogni più piccolo spostamento e azionando allarmi attivi nelle zone più pericolose ed esposte di questi edifici. Facendo allontanare a forza le persone.
I precursori di un terremoto si misurano pochi istanti prima del sisma; ora come ora non c’è un sistema di allerta efficace in quanto la catena di segnalazione è su base umana; si fa prima a sentire la scossa e poi chiedersi cosa sta accadendo, fino a realizzare il fatto.
Una rete di sensori intelligenti, sparsa sul territorio e distribuita all’interno dei luoghi sensibili, non si fa queste domande; sa cosa aspettarsi ed agisce.
Pensiamo ai corsi d’acqua: un fiume con un’onda di piena. Sensori che la rilevano, ma verificano anche il grado di espansione che avrà nel letto del fiume/torrente, se questo sarà in grado di reggerla – il terreno è compatto o friabile, l’argine o la massicciata sono degradati, porosi, presentano cedimenti strutturali?
Valutiamo questo caso ipotetico di dialogo tra reti di sensori: “noi sensori qui a monte stiamo registrando un aumento anomalo ed improvviso del flusso d’acqua, compatibile con il modello di un’ondata di piena; voi sensori a valle, calcolate se l’onda, per come vi stiamo mandando i dati rilevati ora, sarà retta dagli argini e dalle strutture di contenimento; ah, e poi, vedete anche voi su quel ponte, se stanno passando automobili, se è il caso di bloccare il traffico”.
Questo è il vero e più concreto esempio di smart technologies.
Ma ve ne sono tanti altri, basta immaginarli (e chi li ha vissuti almeno una volta sa immaginare molto bene).
Queste sono le tecnologie che sto sviluppando con la mia società; sono questi gli obiettivi che mi sono posto all’inizio. Ed è anche qui che voglio attirare l’attenzione, distoglierla se necessario, dai vari caroselli molto imbonitori devo dire, delle “città intelligenti”; la riqualificazione di un’area urbana è ugualmente e per certo importante ma non dobbiamo né partire da li né tanto meno pensare di aver fatto il nostro dovere e fermarci li.

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