Commento a “i mangiafuoco delle startup” di M.C.C.


Non sono certo bravo a scrivere come chi ha prodotto questo articolo di cui il mio commento a seguire, tuttavia vorrei apporre il mio pensiero personale  – scaturito da esperienza ormai decennale in questo limbo di proto-aziende.

L’articolo originale lo trovate qui: http://www.mccpost.com/i-mangiafuoco-delle-startup/

Senza tanti giri di parole, avrei voluto essere una startup.

Si raccontano storie di successo – sarà anche tutta pubblicità – di dinamiche e produttive realtà aziendali nate da un gruppo di amici e coltivate da un “acceleratore ed incubatore”, che poi è il ruolo di una od al massimo due persone che di mestiere fanno questo e si piazzano dentro il “gruppo di amici con la buona idea” per farla girare come dovrebbe con decoro essere, se questa fosse nata in seno ad una grande e dinamica compagnia.

Ci sono poi le fiere delle startup, non saprei come altro chiamarle, e sono quegli eventi che servono a raccogliere attenzione attorno… all’evento in sé, per il fatto che promuove la possibilità di creare startup.

E mi sarebbe piaciuto partecipare, non lo nego, sembra tutto molto bello e luccicante; finalmente la giusta attenzione alle mie idee, questo pensavo.

Il problema di base rimane tuttavia sempre uno ed unico: attrarre investitori.

Bene, se ti porti dentro qualcuno che “ha del giro” qualche investitore si trova; e se proprio, ci sono realtà di crowdfunding che ti vengono messe davanti al muso.

Due passi indietro, a 8 anni fa. A quando ho fondato la mia società.

Sono partito con 10 mila eu di fondo garanzia (per una SRL servono) e 3600 eu per poca, pochissima, attrezzatura. Poi gli amici, si, quelli che ti “accelerano”, che ti danno lo stimolo – a parole anche, che sono gratuite – per tenere botta e andare avanti. E da quel giorno ho rinunciato alla mia vita privata. La mia azienda è la mia vita, e tutt’ora è così. Se me la tocchi, mordo.

Non mi piace vantare di essere uno di quelli che si è fatto da solo. Non posso del resto farlo dato che in questo paese non c’è poi tanta altra alternativa – quindi, per forza, ci si è fatti da soli – e sopratutto quando si decide di partire in un momento di contrazione del mercato. La fiducia sono i soldi e viceversa: affascinante quando alcuni navigati del settore giocano con queste due parole, evitando accuratamente di utilizzare la parola “soldi”.

Poi circa tre anni fa, vedendo come si stava improntando il mercato prossimo venturo, ho pensato di diversificare, di passare da società di servizi a multi ruolo con accenno di progettazione e produzione. Inutile quasi dire che la necessità di capitali sia schizzata a livelli astronomici, per il mio concetto di astronomico si intende; ma comunque e sempre a soglia di sostenibilità, con qualche sacrificio.

In tanti mi hanno suggerito di cercare investitori, le idee erano (e sono) innovative, sono il futuro, le Smart Network, Smart Cities, Smart tutto, le Wireless Sensor Network, il paradigma di PAN – Personal Area Network, il miserabile futuro del wireless e di come cambierà (ma non ve lo dico ancora).

Piccola parentesi, se fossi più abile a scrivere probabilmente farei un sacco di soldi in pubblicazioni, anche solo parlando di cosa sta per accadere nel settore delle Telecomunicazioni. Purtroppo però, assecondando la mia indole, le cose preferisco farle e non scriverle. Poi arriveranno altri, con tanta “fiducia” e che pur avendole notate da poco queste cose, le faranno al volo, scavalcandomi agevolmente con cariole di “fiducia”. E tanti saluti alle idee.

Quindi le startup a cosa servono? A chi servono?

Servono e sono funzionali a coloro i quali non hanno la benché minima idea di come si fa impresa. E te la inculcano dentro (io qui sottrarrei una “c” al verbo appena usato, più consono a mio avviso) seguendo uno standard rigoroso: prima di tutto un business plan, poi vediamo dove si colloca il break even point, quindi presentiamoci ai venture capital.

Poi scopri che la tua azienda non è più tua, che stai foraggiando qualcuno e che le idee, le tue idee, valgono davvero poco senza di loro. E’ questo almeno che ti spingono a credere in ultima analisi.

E’ anche ed altresì vero che nell’ottica moderna non si può e dovrebbe pensare ad una società con un solo capitano e che alla fine dei conti ciò che è importante è la salute della società stessa e non chi si arroga il diritto di possederla; non siamo più artigiani del resto. Però se io ho una idea, quella porta il mio nome.

Nel brodo delle startup invece accadono cose misteriose, sembra una sorta di magia dalla quale saltano fuori soldi (e anche obiettivi, certo) per confezionare e produrre le tue idee; e poi tanta gente che si interessa, ti fa sentire importante, ti segue e ti coccola.

Nasce quindi la figura dell’impreditore a noleggio – ereditata dal concetto di impresa anni settanta molto molto americana – di quella persona che viene da te e ti porta alla stelle.

Ricordiamoci però che siamo in Italia e per quanto io ami questo paese che è patria, ne conosco i limiti e sopratutto le intenzioni. Qui le stelle te le fanno vedere, ed in alcuni casi sentire; ci vuole sempre la calcolatrice a portata di mano, pronta a sottrarre brillantini e pagliuzze colorate, specchietti per chi imprenditore non è ma vorrebbe esserlo, con facilità, senza troppi rischi e senza perderci la vita (intesa come tempo da dedicarci).

Parliamo anche di come si realizzano le idee.

Se si tratta di un prodotto, non pensate di poterlo produrre e mettere sul mercato. Errore. Ci sono le certificazioni, annose nel vero senso della parola sopratutto se si tratta di qualcosa alimentato da energia elettrica. Poi le conformità, l’immissione sul mercato CE; ancora peggio va a chi decide di realizzare qualcosa per il settore medicale o automotiveanche per le telecomunicazioni, settore di cui mi occupo, è una situazione alle volte, sovente, imbarazzante il trovarsi con tutto pronto e venire poi frenati, rallentati, bloccati alla volte da becere amministrazioni locali che fanno la voce grossa per ottenere un poco di attenzione. Siamo in Italia, la parte biancastra dell’Italia. Poi c’e’ quella grigia, grigio-scura, quella che molti associano al termine mafia.

Le startup che funzionano e che arrivano ad avere un asset consolidato, sempre in Italia, sono a mio avviso poche. Le vedo e le conosco, vedo come lavorano; molte non escono dalla fase di incubazione, ed altre una volta fuori resistono qualche anno ed infine collassano. Questo avviene perché v’è carenza di basi (oltre che di soldi) e si arriva sul mercato come i ragazzi freschi di laurea che escono e pensano di spaccare il mondo.

Poi ce la possiamo raccontare ma in questo paese i modi per fare impresa sono davvero pochi e molti di questi ti risucchiano via la vita.

 

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