Stavo riflettendo in questi giorni sul lavoro svolto da Marco Camisani Calzolari sull’evangelizzazione del cittadino analogico, sul portare la consapevolezza dei mezzi che l’attuale tecnologia rende disponibili.
Questa condizione in atto la vidi già con il lavoro passato di Anti Digital Divide in cui cercammo di proporre un panorama in cui sviluppare un processo di crescita degli individui verso una base di consapevolezza; a quei tempi ci scontrammo con le resistenze – molte delle quali generate dall’approssimazione dei mezzi di informazione di massa – di questi ultimi e con timori invero alcune volte fondati sui pericoli della vita on-line; il proporsi su Internet necessita di cognizione del mezzo, questo è ciò che può definirsi la base.
Ottimo in questo senso il testo sempre di Camisani Calzolari – Il mondo digitale. Facile per tutti – nel quale si illustrano brevemente le tecnologie di comunicazione ed un metodo di approccio ad esse che sia privo della maggior parte di stress generato dall’accesso a qualcosa di nuovo e di così tremendamente diffuso da generare il timore nell’analfabeta analogico di chiedere ed informarsi.
La questione psicologica gioca difatti un ruolo fondamentale nel cittadino analogico; sovente certi argomenti li evita, non chiede, non si pone in maniera aperta. Il cittadino analogico è il portavoce della cultura sulla quale molto di quanto abbiamo come nostro bagaglio si fonda: non vuole certo sentirsi dire che per completare la sua presenza nel nuovo mondo debba integrare questa conoscenza con almeno un altro 50% di nozioni.
L’analogico si pone di fatto nella condizione di essere quello che ha costruito tutto quanto da solo, mettendo davanti a lui alcune frasi fatte zeppe di orgoglio analogico, se così possiamo dire. Oppure maschera la sua non conoscenza nicchiando ed albergando su concetti che nella sua mente vorrebbero essere dichiarazioni centristiche di un mondo che ormai ha già mutato sotto il suo sguardo, se avesse avuto l’accortezza di guardare. In tale vecchio mondo le persone si parlavano, si incontravano. Ci viene sputato in faccia tutto quel luogo comune che implica i rapporti a mezzo social network. E con ferocia.
La maggior parte degli analogici ha poi dovuto – e sottolineo dovuto – imparare a relazionarsi con le “nuove” tecnologie, in primis la posta elettronica, arrivando ad una soglia di noia e disprezzo verso questi mezzi che a conti fatti complicano la sua vita o peggio ancora il suo lavoro. Non era tutto più semplice quando potevi mandare un fax o risolvere con una telefonata? (come se non si potesse più).
Aggiungiamo poi “quello che si sente in televisione” ed abbiamo la frittata perfetta.
La soluzione è una sola. Bisogna smettere di essere maestri. Bisogna veramente mescolarsi con loro e portarli a galla, ponendo attenzione a rispettare profondamente l’analogico (e ne merita di rispetto) in quanto fondatore della base su cui noi oggi sviluppiamo in nostri “giochini”. Bisogna farli divertire poi.
Ed è a questo punto che mi chiedo quale sia la soglia del cittadino digitale. Qual’e’ il livello medio che ci si aspetta debba avere una persona per essere dichiarato cittadino digitale?
La risposta parrebbe semplice tuttavia la mera conoscenza, l’uso se vogliamo di alcuni strumenti informatici, non decreta la comprensione di questi e nemmeno la sinergia con la quale possono essere utilizzati.
Il vero cittadino digitale è il nativo digitale.
E qualche raro caso di fanatico digitale – come me – sebbene il termine “fanatico” non sia usato in forma dispregiativa, anzi.
