Quanto è gratis l’open source?


Open Source non è sinonimo di gratis, ma gli si avvicina molto.

Un paio di giorni fa parlavo con un nostro cliente circa la loro wish list per organizzare bene l’azienda. Attualmente stanno utilizzando un gestionale windows, conosciuto ed efficiente, persino buono come prodotto; con una manciata di migliaia di euro all’anno si tengono un prodotto sempre aggiornato e che a largo spettro soddisfa le loro necessità. Tutti i CRM/ERP commerciali sono a largo spettro, sovente a moduli – da aquistare separatemente – che svolgono svariate funzioni più o meno frivole utili.

La mia azienda rivende questi prodotti, sono nomi noti della scena, qualcuno li compra anche e nella media si ritengono soddisfatti dell’acquisto; tuttavia ho scelto di parlare loro anche della controparte, non complementare, di ciò che si trova nel software open source.

Fino a non molto tempo fa open source veniva inteso come fatto con approssimazione, da mani non esperte del settore, da ragazzini che maneggiavano strumenti di sviluppo per divertimeno creando prodotti dalla dubbia stabilità. Parlarne era come girare appestati, essere guardati da bocche storte in una singolare ed unica smorfia a metà tra un sorriso saccente e un totale disprezzo.

Veniva visto così per via del rilascio di codice in versione 0.1 alpha, non certo finalizzato all’utilizzo in produzione. Veniva visto così per via della scarsa cultura in merito – abitudine dura a cedere il passo peraltro.

Open Source è il software che nasce in maniera collaborativa, ove i collaboratori non sono scelti perché residenti sotto la stessa software house bandiera, non perché il project manager abbia ricevuto direttive specifiche o indottrinamenti visibilmente instillati da fattori di massimizzazione dell’introito, non perché il mercato ora sia allineato a queste determinate specifiche.

Del resto nemmeno noi pensavamo che WikiPedia funzionasse così bene.

Al pari di quest’ultima evidenza, il software a sorgente aperto cresce e si rende maturo grazie allo specificità elettiva dei collaboratori che ne forniscono apporto. Svariati collaboratori, dalle decine alle migliaia di collaboratori sparsi per il mondo; ben più di quanto la migliore delle società di software possano permettersi di stipendiare.

Questi collaboratori non sono stipendiati. Sanno perfettamente che un software che nasce in questo modo non potrà che essere tra i migliori ed per questo forniscono il loro contributo: per poterne fruire a loro volta. Non hanno interesse a vendere questo codice in quanto ciò che è di tutti non può essere solo di uno o di pochi.

Altresì permettono che una azienda prenda questo codice, lo modifichi e se vuole lo impacchetti in un prodotto commerciale che ella stessa potrà poi vendere, purché, come clausola esclusiva, ogni modifica apportata venga a sua volta resa pubblica alla comunità dei collaboratori. Questo principio fondamentale è alla base della licenza con la quale il software open source viene distribuito, la GPL – General Public License.

Alla fine è solo questione di mentalità. Aprirsi al software open source significa aprirsi svariate possibilità di fronte.

Di recente alcune grandi società del settore IT mondiale, tra cui IBM e Dell, si stanno aprendo su questo fronte. Vorrà pure dire qualcosa.

Ora torniamo a noi, all’azienda col gestionale very closed source.

I titolari sono giovani e conoscono piuttosto bene cosa abbia da offrire loro il mercato in tal senso. Gli mancava solo una serratura per la loro chiave.

In cuor mio spero abbraccino l’idea di vagliare alcuni prodotti open source, tra le centinaia esistenti, che risponderebbero totalmente alla wish list sopra citata e sopratutto li metterebbero nella condizione di poter scegliere liberamente senza subire i vincoli – sovente fastidiosi e dispendiosi –  di un prodotto commerciale.

Non è per questione di mio fanatismo che spezzo lancie a destra e manca per l’open source. Ne avevamo già parlato, bisogna prendere il meglio di più mondi. Se la scelta per le esigenze ricade tra SAP e un CRM/ERP open, che fa le stesse cose e può essere gestito con notevole minore difficoltà, voi cosa scegliereste? Basta solo questo a far propendere le persone ad informarsi sulla seconda possibilità. Non dico di gettarsi per adottarla, ma valutarla si. E non ho ancora parlato delle differenze di costo. Abissali.

Un’azienda che propone ai proprio clienti software open source teoricamente non dovrebbe campare molto, dato che il software non viene certo venduto, ma a conti fatti, regalato.

Su questo fronte ci sono due vantaggi, uno per l’azienda che lo propone e uno per il cliente.

L’azienda può campare con l’installazione in primis, la fornitura di uno o più server sui quali il software girerà, sull’assistenza temporale volta al sostentamento del cliente e allo sviluppo dei suoi progetti.

Il cliente dal canto suo riceve un prodotto finito a costo zero. Se non è soddisfatto dell’assistenza che l’azienda consulente offre, il mercato è pieno di altre aziende che possono fornire qualitativamente altri tipi di assistenza: in sostanza, il cliente non è vincolato a chi gli vende il software. E questa cosa è di notevole impatto. E’ forse la maggiore causa di scontento presso le aziende che si rivolgono a prodotti closed source. Se qualcosa va storto ci si ritrova ingabbiati.

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