Tanto per dire, alla fine, (l’altro ieri), mi sono preso uno smartwatch.
Nulla di famoso (= dispendioso) e nulla di particolare, giusto un’estensione dell’Android che uso come smartphone privato.
Bellino, un po plasticoso – essendo di plastica – e piuttosto efficiente, 2 giorni di durata con alcune telefonate “live” alla “Kit, vienimi a prendere”. Poi oggi me lo sono tolto. Lo dono o lo vendo, questo è il suo destino, per i motivi di cui sotto.
Si certo, con un Apple Watch o con un Pebble di certo altra storia sarebbe stata; un po perché costando quel che costano devi amarli, devi; oppure odiarti profondamente; e un poco perché effettivamente, penso, si sposino molto bene con taluni dispositivi come ad esempio un iPhone. Questo platicone generico fa qualcosa, il giusto o poco più.
La questione fondante non è tuttavia come butto i miei soldi.
Riflettevo in questi due giorni sul valore non solo commerciale di un orologio da polso ai giorni nostri, un orologio che indichi l’ora, la data ecco, se proprio. Un orologio di quelli seri, di metallo anche prezioso o col meccanismo tempestato di minuscoli rubini, come si usa presso i costruttori più rinomati per garantire la durabilità dei perni.
Gli orologi dopotutto sono sempre stati quegli oggetti, quei gioielli che un uomo poteva indossare e di cui agghindarsi pur mantenendo la propria immagine maschile – ok, sono cambiate molte cose, ma in sostanza era così. L’orologio era, ed è, uno status symbol, un oggetto che da 50 anni a questa parte non è indispensabile se non a categorie professionali ben precise e che nel mero uso quotidiano può essere sostituito con altri dispositivi o altri costumi, non ultimo quello ormai desueto di domandare l’ora al primo che capita.
Senza tirare in ballo i rinomati Rolex, anche un classico Omega o un Longines sono pezzi di alta meccanica e gioielli da indossare. Gioielli appunto. E indicano l’ora, la data, contano altri tempi e li mostrano, come giusto che sia.
Pertanto se proprio devo indossare un orologio, gradirei almeno fosse un bell’orologio, di quelli che sono gioielli nella loro accettabile categoria: da polso o anche da taschino, perché no. Oppure mi tocca attendere che facciano qualche “gioiello” con funzioni smart, e non credo manchi molto dopotutto.
In questi ultimi anni, informaticamente parlando, abbiamo visto molte convergenze tecnologiche, molte fusioni dettate dalla possibilità di realizzare oggetti dotati delle funzioni che fino a poco prima erano appannaggio di una miriade di altri dispositivi molto più specializzati; basti pensare all’esempio lampante di uno smartphone: telefono (ok..), agenda, calcolatrice, radio / musica mp3, macchina fotografica, videocamera, piattaforma di gioco, accesso a Internet, programmi per l’ufficio, navigatore satellitare GPS, altro? Si, altro sicuramente che non mi viene in mente ora, ma altro, sì.
Ora invece il sentiero sta deviando verso un’altra convergenza, i dispositivi indossabili dalle forme classiche, di quelle che saremmo abituati a vedere al polso delle persone, e poi anche anche al collo – lancio il pronostico dei ciondoli “bluetooth data bank” che fanno da memoria di massa per tutti di dispositivi indossabili di cui sopra, un bel Personal Cloud Storage (che poi a sua volta spedisce al tuo account di cloud-storage appena ne ha la possibilità).
Forse, quindi, un giorno non lontano torneremo agli oggetti di classe (non dite che gli smartwatch lo sono, la maggior parte almeno) che avranno però anche un’anima moderna, meccanica analogia e mente digitale. Ma adesso c’e’ la novità, la gente ha fame di digitale e i produttori devono smerciare digitale creando desiderio e creando necessità.
Poi, effettivamente, uno smartwatch è comodo. Chissà come ho fatto a farne senza fino a ieri. Te lo so dire domani, quando sarò senza (in attesa di sviluppi).
