Se ne parla molto in questi giorni – vuoi sopratutto per le dimissioni di Alessandra Poggiani – sebbene quello che ritengo si dovrebbe udire maggiormente siano nuovi piani d’azione, la voce dei cittadini o dei rappresentanti da questi designati verso indicazioni sulla continuità dell’operato della Poggiani – perché di cose ne ha fatte, non sono stati affatto otto mesi vegetativi.
Serve dunque continuità sull’operato, e rottura sui metodi applicativi tradizionali. Non capitani alla guida ma collettivi di persone.
Il calcio d’inizio è stato dato coinvolgendo realtà associative come i Digital Champions creati da Riccardo Luna, che ricordiamo sono “un digital advisor per ogni Comune d’Italia”, monumentale opera no-profit che rappresenta l’impegno diretto delle persone, dei tecnici, dei “nerd” per la rinascita di questo Paese. Anche io sono stato selezionato per il mio Comune: come non cogliere questa opportunità di agire direttamente per illustrare il mondo del digitale e diffonderne la cultura.
Vi sono tante persone in Italia, tanti cervelli che non vogliono fuggire, che vogliono dare il proprio contributo incondizionato. Tra queste realtà no-profit è doveroso citare Anti Digital Divide, associazione con presenza più che decennale sul territorio nazionale, della quale faccio parte a mia volta da più di un decennio. Tante battaglie intraprese e tante ancora a venire.
Queste sono forze da tenere in considerazione, sono persone che non chiedono uno stipendio per quello che fanno: solo passione e dedizione. E la possibilità di far sentire la propria pertinente voce.
Torna sempre attuale il termine “digital divide”, divario digitale. Esso si presenta in più forme, tra le quali maggiormente riconosciamo quella tecnologica e quella culturale.
Se da un lato vi sono grandi carenze all’apparato tecnologico nazionale, dall’altro molti dei candidati fruitori di queste possibili tecnologie non sono agli effetti in grado di recepirle, di farle proprie, di parteciparle; si rischia di produrre opere e metodi avanzati quando pochi sono in grado di recepirli.
Non sto parlando di saper accendere ed usare “abbastanza” un computer; partecipare alla rivoluzione digitale italiana comporta apprendere nuovi modi di comunicare e lavorare con gli apparati dello Stato – metodi che vanno a semplificare il sistema burocratico – e comporta che lo Stato medesimo si ponga uniformemente verso il cittadino, senza auto-generare scompigli.
Non ha dunque senso creare degli strumenti digitali se poi il digital divide culturale impedisce a cittadini ed imprese di usarli o alla Pubblica Amministrazione di metterli in pratica.
Creare una architettura digitale, grazie agli strumenti propri della contemporaneità, è invero concettualmente piuttosto semplice – semplice per chi svolge questo lavoro da alcuni anni almeno – tuttavia l’introduzione di tale sistema richiede fasi di apprendimento che devono essere misurate con cautela, data la forte disomogeneità del personale operante nella PA.
E’ necessario altresì creare incentivi per il personale che man mano migra alle nuove tecnologie, per non lasciarli soli di fronte a mostri tecnologici che scombussolano la loro quotidianità; tale opera non deve poi essere temporalmente limitata quanto procedere ed essere radicata nei flussi di lavoro.
Per attuare il Piano Digitale bisogna quindi dare la giusta formazione alle persone le quali saranno i materiali esecutori delle procedure previste nel piano e non liquidare la cosa con una frase del tipo “da oggi devi fare anche questo, studia ed adeguati”. E’ necessario altresì iniziare il prima possibile a creare la Cultura del Digitale, la quale deve iniziare ove risiede il bene più prezioso, i giovani. L’uso degli strumenti, la conoscenza del loro funzionamento, il perché essi rappresentano il terreno di gioco della futura imprenditoria nazionale sono temi che devono essere presenti nella didattica a tutti i livelli.
Abbiamo visto come i nativi digitali diano per scontato l’uso della tecnologia senza conoscerne realmente il funzionamento, il più delle volte: basta che funzioni del resto. Come per gli autoveicoli, a molti non interessa sapere come è assemblato un motore o come lavorano le sospensioni di un veicolo; è parimenti vero che un autoveicolo è uno strumento finito e limitato al suo uso, che non concede spazio al di la della destinazione per cui è stato creato. Il mondo digitale invece è una informe presenza, pervasiva, che sovente regola i tempi della nostra vita, con sempre maggior peso in essa nel futuro prossimo; occorre dunque essere informati sulle possibilità quanto sui rischi.
Gli stessi cittadini non possono ritrovarsi da un giorno all’altro a dover cambiare radicalmente le proprie abitudini senza ricevere il corretto indirizzo all’uso delle nuove tecnologie, dacché per quanto si possa avvisare sull’introduzione di una nuova interfaccia per molti di essi sarà l’ennesima complicazione da mettere in conto. Nessuno Stato può contare su un così grande potere formativo fatto salvo quando ci si rende conto che lo Stato non è un’entità amorfa chiusa nelle stanze del potere: Esso è fatto anche dalle persone che possono dedicare parte del loro tempo a fornire l’adeguata formazione ed il giusto supporto.
Oltre ai metodi servono poi anche gli strumenti, ed a stretto giro, le infrastrutture. Recita il proverbio “chi più spende meno spende”. Bene, l’indirizzo – dettato dal buon senso – è investire seriamente sullo sviluppo infrastrutturale nazionale nel contesto della diffusione e permeabilità di sistemi di trasmissione dati a banda ultra-larga.
E’ necessario concentrare gli investimenti, non aumentarli. E’ necessario verificare la destinazione e l’uso di questi capitali, destinarli a chi si impegna (strettamente monitorato) a realizzare le arterie digitali del Paese. Due passi chiave sono l’istruzione – la diffusione della cultura digitale – ed il raggiungimento della forte interconnessione tra le ramificazioni della PA, uniformando l’accesso alle informazioni e gli strumenti di gestione, semplificando dunque l’interoperabilità.
Il Cittadino Digitale non deve cambiare registro di dialogo tra i vari uffici dell’Amministrazione, non deve nemmeno preoccuparsi di aver compilato tutti i moduli (digitali) giusti, di aver con sé le adeguate informazioni necessarie di volta in volta all’ufficio di turno. L’accesso alle informazioni, opportunamente condivise seguendo i dettami della filosofia Open Data, permette di strutturare l’assistenza al Cittadino, agevolandolo e modellando le risposte sulle necessità di quest’ultimo. Con il rendere disponibili grandi archivi di dati è poi naturale passo porre accento alla sicurezza della conservazione dei dati ed il loro essere congrui con lo stato attuale.
Infine, il processo di digitalizzazione di questo Paese è fallimentare se considerato a senso unico verso il cittadino e le imprese. Necessita dell’impegno di tutti; un percorso da fare insieme.
