Digital ingordi, o degli eccessi dei tempi moderni


Quanta lungimiranza nel logo Apple ai tempi, un “assaggiami” ante litteram capostipite di una generazione; chissà, forse fu creato così, tenendo conto di questo aspetto, del gustoso piacere di assaporare la tecnologia on-the-edge, al meglio disponibile.

Fino a poco tempo fa si parlava di fanatici, nerd e tech addicted ma oggi il confine è più labile e lo stesso termine nerd è persino esibito come trofeo, un segno distintivo.

Agli effetti, essere tecnologici non è più un tratto da disprezzare, una concessione sgradita al lato umanistico dell’affrontare la quotidianità, giovando di ogni istante di reale socializzazione. Si l’accenno al “reale” è opportuno, dati i tempi.

La tecnologia è ormai come il film Blade Runner o i primi della saga di Star Wars – no, non il livello di evoluzione ma la condizione di permeabilità – una tecnologia scontata, più che abbordabile da chiunque, allettante; come tale è anche l’uso che se ne fa, perché il solo possederla non basta, bisogna usarla, metterci le mani.

Il saggio umano sa quale sia il confine tra fruibilità ed inebriante schiavitù – quella soglia non dichiarata la quale rende uno strumento ancora tale per definizione e non proprio delle abitudini, rimodellate per accentrare l’attenzione sul mezzo piuttosto che sul servizio, sull’economicità del suo uso, sui vantaggi che in alcune occasioni può fornire. Il saggio umano sa quando attingere alla risorsa che gli permette di ricavare tempo dal proprio tempo, per impiegarlo in attività che esaltino il lato interiore e ne elevino lo spirito. Il saggio umano è quello rappresentato nelle seppiate pubblicità anni ’50 / ’60 ove la tecnologia del 2000 aveva un design tutte curve con linee a perdersi, ed incarnava l’eccellenza dell’ozio, il tempo come specchio della ricerca, lanciato verso mete cognitive superiori.

La tecnologia è sporca. Una mendace compagna che necessità di molte precauzioni e di una sontuosa guida all’uso quotidiano. Il saggio umano non lo sa, perché non esiste il saggio umano. Esiste una forma di cognizione che talvolta getta uno sprazzo di luce sull’uso spasmodico della tecnologia ovvero il gusto di usarla dacché la si è fatta propria; importa poco che l’uso dissennato anziché far guadagnare tempo vincoli l’utilizzatore nella discendente spirale della dipendenza. Importa ancor meno conoscere il mezzo quanto piuttosto usare ad ogni costo il servizio; servizio sovente simulacro di un più vasto orizzonte, appena oltre la cornice del display.

L’umano sempre meno saggio dimentica rapidamente che tutte le novità hanno dapprima posseduto e solo dopo si son rese possedute (ma ormai non erano più novità).

Quello che in effetti manca non è una guida all’uso della tecnologia, la quale o si trova in qualche testo appropriato o la si ascolta dal mentore mediatico preferito. La lacuna è generata dall’assenza di una guida comportamentale, un approccio all’uso, il fattore di comprensione universale che rende chiaro l’apparato tecnologico. E’ come del resto domandare se si preferisce un corso di informatica per apprendere l’uso di un programma o un corso che spieghi perché le voci di un Menu – qualunque sia il programma – saranno sempre in quel posto? Chi svolge corsi risponderà difficilmente indicando la seconda soluzione, anti-economica per lui.

Necessitiamo dunque, sempre più urgentemente, di una guida alla semantica della tecnologia e non all’uso, passo anch’esso indispensabile ma temporalmente secondario. E’ sì un percorso più lungo – non un corso, un percorso – su quale tuttavia i mentori dovrebbero dirigersi.

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