WiFi dannoso, ma non come credete voi


Sono già diversi anni, ricordo dal 1996, che si parla di tecnologie wireless in maniera diffusa e nel gergo più comune, di WiFi. Tutto ormai è o è dotato di WiFi, financo dispositivi più tecnologicamente barbari quanto elettrodomestici, il cui scopo primario è sostenere la vita della persona che li ha acquistati – e di norma trattano cibi, abbigliamento, supporto ed integrazione emozionale (TV, console di gioco, HiFi). Sempre genericamente, sotto l’egida del wireless troviamo tecnologie come il Bluetooth, il DLNA, l’NFC, le reti di trasmissione dati mobili – 3G e 4G – comprendendo infine tutto quanto agli effetti scambia informazioni senza l’ausilio di fili; partiamo dunque da qui a prendere atto che sempre più le tecnologie wireless hanno un impatto – visibile o forte che sia – decisamente crescente nell’ordinario delle nostre vite, conscie o meno di quanto sia il reale e consapevole utilizzo di questi strumenti, dacché ormai molti di questi li si da per scontati.
Udire sulla bocca di altri la parola WiFi è come attendere la panacea dei mali per il Digital Divide, che ricordiamo essere quella condizione in cui ci si trova (o ci si sente) digitalmente svantaggiati rispetto al main stream delle possibilità tecnologiche alle quali la società dovrebbe poter accedere per diritto acquisito, in quanto strettamente necessarie sia alle attività produttive sia alla vita della persona, per essere riconosciuta come cittadino digitale.
WiFi significa nell’immaginario collettivo la possibilità di essere su Internet, in libertà, senza dover pensare a cosa o a dove ci si sta collegando; è quel fantasma buono che ci accompagna nelle nostre ore di navigazione sul web, il collega invisibile che coadiuva il nostro lavoro e che ci affianca quasi constantemente nella vita di tutti i giorni.
Il WiFi può essere innanzitutto l’estensione naturale della nostra connessione domestica a Internet; ormai sono diffusi anche i router 3G/4G con estensioni WiFi per condividere a più dispositivi la – magra – connessione che gli operatori mobili ci forniscono. Lo troviamo in alcuni ambienti di lavoro, quelli che non scelgono di castrare l’accesso a Internet ai propri dipendenti, credendo che questo aiuti ad aumentare la produttività; lo troviamo anche e sempre più nelle aree pubbliche di assembramento, nelle piazze o presso luoghi di interesse turistico.
Noi stessi possiamo essere punto di accesso WiFi se il nostro smartphone – e sopratutto il nostro contratto dati – permette la funzionalità tethering, magari senza costi aggiuntivi.
E’ importante fermarsi un attimo ed apprendere un’informazione che è piuttosto significativa: il WiFi dispone di 13 canali (ovvero porzioni di frequenze) assegnate dal Ministero nel Piano nazionale della ripartizione delle frequenze. Ricorda un po la vecchia frase del giovane Gate, “64k di memoria basteranno per tutti”. Bene di questi 13 canali in realtà possiamo usarne profiquamente solo 3; questo perchè i canali sono sovrapposti e solo 3 di questi si trovano non i sovrapposizione tra loro: sono l’1, il 6 e l’11.
Usare canali adiacenti non significa che il gioco non funziona, significa solo che si avrà un degrado di prestazioni per via del rumore che le trasmissioni adiacenti stanno causando alla tua frequenza operativa. Esistono e sono applicati algoritmi di soppressione del rumore, una gestione ottimizzata del canale per ficcarvi dentro più dati possibili al minor costo (di risorse impegnate); tuttavia queste soluzioni hanno anche loro dei limiti: quando il sovraffollamento è tale e tanto, nulla può impedire che la connessione degradi al punto da diventare inusabile, questo anche se il segnale che ricevi è a fondo scala, con tutte le tacche belle piene che il tuo dispositivo sta mostrando sul display.
Quando si verifica questa condizione si parla di inquinamento digitale.
E questa condizione si verifica più frequentemente di quanto si possa pensare.
Immagina quando ti sposti nel centro di una città e per caso – o volutamente, con intenzioni da scroccone – scorri la lista di tutti i punti di accesso WiFi che sono nelle tue vicinanze: se ne contano a decine, ed apparentemente con segnali anche piuttosto buoni; portano il nome degli operatori che forniscono la connettività internet cui questi punti sono connessi o in qualche caso il nome di chi, più smaliziato tecnologicamente, ha configurato il proprio router WiFi, personalizzandolo.
In certi edifici è addirittura difficile trovare un canale abbastanza libero per fare funzionare il WiFi di casa: sono tutti molto sovraffollati e ci si ritrova ad avere una penosa esperienza Internet, nonostante la tua connessione sia magari una 20 o una 100 Mbit/s, perchè no su fibra ottica.
Questo è il danno che produce il WiFi; danno di cui la tecnologia non ha colpe ma che si sta rendendo evidente sia agli addetti ai lavori sia agli utilizzatori finali, i quali esasperati inveiscono contro gli operatori che gli forniscono il servizio, non comprendendo quale sia il reale problema.
Ci sono delle leggi, ovviamente; una di queste recita più o meno così: “la potenza dei dispositivi WiFi non deve superare il massimo di 100mW o 20 dBm EIRP e comunque la portata del segnale non deve superare i confini della proprietà”. E come facciamo a limitare le onde radio dentro la nostra proprietà? Abbassiamo la potenza, se sappiamo come fare. Si, sarebbe la cosa più ovvia, ma poi ci ritroviamo letteralmente invasi dai segnali dei vicini che non hanno avuto questa accortezza, e che anzi, se potessero aumentare e sparare Watt a profusione, pur di avere tutti i megabits scritti sulla scatola del router, lo farebbero per certo.
Si tratta quindi di un problema di educazione; e dato che l’Ispettorato per le Comunicazioni non può controllarli tutti – ma sa che il problema esiste – deve per forza chiudere gli occhi ed abbassare le mani impotente.
Ora dirò una cosa di me.
Non mi piace scrivere per denunciare una situazione spiacevole se almeno non ho una soluzione per risolvere il problema. Me ne sto zitto delle due.
Se qui ne scrivo è perchè esacerbando un problema e cercando di portarlo alla comprensione di tutti, del perchè si verifica tale problema, posso in seconda istanza parlare anche delle soluzioni.
Tali soluzioni devono innanzitutto piacere a tutti; devono poi essere comode e facili da applicare; e non devono creare un deficit economico per chi intende applicarle.
Prendiamo quindi il caso tipo di una abitazione dotata di connessione ADSL e di punto di accesso WiFi, il quale spesso si trova incorporato nel medesimo modem WiFi; il modem router WiFi per funzionare bene si deve trovare allacciato, tramite una piccola prolunga, alla presa telefonica di casa: questa presa di norma si trova dove anni, decenni fa, il tecnico l’ha posizionata la prima volta per allacciarti alla rete telefonica. Li ora si trova anche il tuo punto di accesso WiFi ma non sempre è la posizione migliore: spesso è posizionato vicino alla porta d’ingresso, oppure, per non mostrare ai tuoi ospiti quell’orrore lo hai nascosto dietro ad un mobile, dentro al mobile stesso talvolta.
Più o meno funziona, e tranne in alcuni punti il segnale che ricevi è piuttosto buono. Sui dispositivi modem forniti per le connessioni domestiche di norma non si possono fare tante personalizzazioni, né metterci le mani con perizia volendo, in quanto o l’operatore non ti fornisce l’accesso o questo è limitato a prendere atto che sta funzionando, bene o male che sia, ma in sola lettura dei suoi parametri; questo è così perchè la media degli utenti non sarebbe in grado di configurare questi dispositivi o peggio nel tentativo, farebbe danni.
Gli operatori chiaramente sanno tutto questo, ne sono fautori del resto; per questo la potenza di questi dispositivi è sempre regolata al massimo consentito per legge (alle volte anche di più, purtroppo).
Così facendo il servizio che se ne riceve, a mezzo WiFi, dovrebbe essere sempre ottimale; poi torniamo al problema di cui prima. I modem router WiFi hanno mediamente una portata utile di 50–100 metri indoor, ove l’ambiente si intende dotato di muri, porte (chiuse) e generalmente strutture che ostacolano parecchio la diffusione del segnale: basti pensare che lo stesso dispositivo, in campo aperto ed in assenza di ostacoli (e di rumore/inquinamento digitale) può arrivare ad una portata utile di 300 metri circa.
Se in quei 50 metri, intesi come il raggio di una ipotetica sfera, iniziano ad esserci una decina di altri modem WiFi, allora possiamo già dimenticarci l’ottimo servizio.
Se questi dispositivi potessero, invece, “parlarsi” tra loro, accordarsi, attuare una sorta di democratico uso dei canali disponibili, sarebbe già molto diverso. E’ possibile farlo, non si parla di ipotesi futuribili; ovviamente dove io posso agire in questo modo lo faccio, applicando il principio ai nostri utenti e rispettando il più possibile gli utenti di altri operatori.
Il mondo digitale è chiaramente molto più grande e per iniziare ad educarci tutti quanti possiamo prendere in considerazione una astrazione, un concetto: la home wireless network.
Iniziamo a trattare il modem WiFi alla stregua di un qualsiasi altro elettrodomestico che ci supporta quotidianamente nella nostra vita; pensiamolo come un frigorifero se proprio.
Bene, il frigorifero, salvo particolari esigenze domestiche, non lo posizioneremo mai nel bagno. Deve essere innanzitutto posizionato in un luogo accessibile a tutti, comodo da poter essere riempito non appena si rientra in casa con la spesa del giorno.
Si tratta però ancora di un oggetto monolitico che vale come esempio solo per far comprendere che un modem WiFi sarebbe meglio averlo posizionato nel luogo più centrale possibile di casa, per avere la migliore distribuzione di segnale e per limitarne la sua diffusione ai vicini.
Avendo più flessibilità possiamo allora pensare a dove ci è più comodo avere accesso a Internet (o ai dati del proprio media server domestico).
Molti, tutti forse, direbbero “ovunque, altrimenti che l’ho preso a fare il WiFi”.
Se lo vuoi ovunque, lo vuoi con un ottimo segnale, non vuoi essere disturbato da quello dei vicini e magari, con animo pio, non vuoi a tua volta disturbare i vicini (o sottrarti ad eventuali attacchi alla sicurezza dei tuoi dati), allora non metterlo il modem router WiFi: utilizza un sistema di piccoli punti accesso, a bassissima postenza, posizionati in ogni stanza di casa tua; dispositivi collaborativi, che si auto-regolano, che adottano la tecnologia del beam- forming per “seguirti” mentre ti muovi per casa e per darti, in qualunque punto di essa sempre il segnale migliore.
Questi dispositivi si possono collegare direttamente alle prese elettriche di casa e tramite i cavi che portano la corrente far passare anche i dati, la tua connessione Internet. Esistono già.
Due o tre di questi dispositivi in una casa di medie dimensioni permettono già di sbaragliare qualsiasi interferenza che provenga dall’esterno; sono altresì scalabili a numero superiore, nel caso si abbia un’abitazione a più piani o nel caso di uffici, magazzini, punti di ritrovo, dacché sono applicabili in qualunque contesto.
Se ho una stanza da servire in WiFi a 20 metri di distanza e con 5 pareti in mezzo, il povero modem router WiFi deve farne di fatica per portarmi tutta la banda che promette; ma se utilizzo la rete elettrica, in una presa all’ingresso di casa ad esempio faccio entrare il segnale dati e da quella della camera da letto, con un dispositivo simile, lo prelevo e posso distribuirlo WiFi, con bassissimi consumi e poca potenza irradiata (tanto deve coprire solo quella stanza). Teniamo anche conto che li possiamo spostare con estrema facilità, togliendoli da quelle prese elettriche e mettendoli dove ci fa più comodo in un dato momento.
Costo? Due/tre di questi dispositivi costano in totale come un router WiFi di medio prezzo, sui 50 / 60 euro.
Questa è la soluzione più immediata ma ve ne sono altre decisamente più interessanti, sopratutto per l’ambito applicativo. Ci spostiamo quindi dall’ambiente domestico a quello urbano, quello del nostro paese o della nostra città. La parola d’ordine è riciclo.
Reciclare le infrastrutture già presenti, riutilizzarle senza impattare con altre ridondando e facendo così aumentare la spesa pubblica; abbattere i costi per rendere tecnologicamente avvantaggiato un agglomerato urbano.
Volete un ordine di costo per questa operazione? Parliamo di una città di medie dimensioni, sui 300.000 abitanti. Non si parla di milioni e nemmeno di centinaia di migliaia di euro. Di progetti simili ne abbiamo già discusso in passato; è dal 2008 che cerco di portare in giro queste idee; chissà mai che qualcuno prima o poi si dimostri interessato a risparmiare qualche soldino.

Lascia un commento