Per chi non lo sapesse, il servizio universale – abbreviato in SU – è la fornitura di un servizio da parte di soggetti pubblici o privati che garantisca a tutta la popolazione di una nazione il pari livello di accesso a suddetta fornitura.
Recentemente il SU è stato assimilato alla fornitura di telefonia e accesso a Internet tuttavia, ad esempio, anche la TV di Stato e le Poste sono soggetti a servizio universale.
Quello di cui vorrei occuparmi qui è tuttavia riguardante la sezione che comprende le telecomunicazioni.
Attualmente in Italia vi è un solo soggetto in grado di fornire il SU, secondo le direttive dell’AGCom – Autorità Garante per le Comunicazioni – e questi è Telecom Italia; la rete ereditata e sviluppata da questo soggetto si estende difatti su tutto il territorio nazionale e pertanto risponde ai requisiti segnalati.
Questi requisiti non si limitano solo all’estensione della rete ma anche alla disciplina dei tetti minimi di servizio, dei tempi di intervento in caso di guasti e della percentuale stessa del verificarsi di un guasto, il tutto suddiviso in macro-aree specifiche; qualora uno o più tetti vengano sforati, al soggetto fornitore del SU verrà comminata una sanzione di importo proporzionale allo sforamento e calcolata nell’arco di tempo durante il quale si è verificata la mancanza. Gli obiettivi fissati da AGCom sono difatti migliorativi nel tempo, dando al soggetto fornitore tempo per adeguarsi.
Potete trovare maggiori informazioni a riguardo consultando il sito web del Garante a questo indirizzo: http://www.agcom.it/Default.aspx?message=contenuto&DCId=220
Vi è inoltre un documento redatto nel 2013 che indica gli obiettivi raggiunti e le prospettive; il documento è piuttosto corposo (464 pagine) tuttavia raccoglie i vari tipi di SU, incluso chiaramente il comparto telecomunicazioni.
Ok, ora parliamo di come vanno realmente le cose.
La rete Telecom Italia viaggia a tre velocità (e non intendo quelle dell’ADSL): la prima è un ottimo servizio di trasporto e raccolta su fibra ottica, e di un comparto commerciale di buon livello nel trattare con gli operatori afferenti, sia virtuali sia delegati sulla sua infrastruttura; la seconda è la rete di gestione, ultimamente un poco nei guai, sopratutto a causa della “terza velocità”; questa è difatti il nodo problematico di tutta la questione.
Il problema è in sostanza dovuto sia alle politiche commerciali molto spinte di overselling (vendere più, molto più, di quello che si ha) sia ad una infrastruttura tradizionale (su rame) che definire datata è già un grasso complimento; datato ma funzionante sarebbe al fine anche abbastanza accettabile. Purtroppo la percentuale di guasti è di recente schizzata a valori ben al di sopra di qualunque tetto di soglia; tali conteggi li troveremo nei rapporti del 2014 quindi l’immagine nell’insieme non ha ancora i contorni definiti. Ci sono Regioni e Province che subiscono, col passare del tempo, dei degradi di fornitura che passano facilmente da una caduta di servizo ad una interruzione, sovente per più di 24 ore, sia a contratti di tipologia residenziale sia di tipologia business, con danni alle imprese che possiamo immaginare (oltre alla connessione ADSL se ne va anche la linea telefonica).
Infine l’attuazione delle politiche di depeering sta avendo l’effetto esattamente contrario che si sarebbero attesi.
Il depeering avrebbe dovuto escludere passaggi per reti giudicate meno affidabili o prestanti, di altri operatori non Telecom, al fine di preservare un certo buon grado di servizio globale; quello che sta accadendo è che tagliare pezzi di rete staccando peer dalle rotte e dagli instradamenti sta generando una perdita di pezzi che viene assorbita molto lentamente; di recente è comune avere durante la giornata irraggiungibilità verso DNS sia nazionali sia internazionali; fino a poco tempo fa, fino a giugno per dare una caratterizzazione temporale, se un DNS italiano risultava poco elastico e responsivo si passava su quelli di Google o OpenDNS, aggirando il problema. Se tuttavia le strade che portano a questi non sono percorribili si verifica un vero e proprio disservizio globale, sebbene in sé l’infrastruttura fisica sia pienamente operativa.
E ora torniamo al Servizio Universale.
Possiamo anche parlare di tetti minimi di velocità da garantire e di tipologie di fornitura ma se il substrato sottostante non funziona a dovere – e nel tempo peggiora – è del tutto inutile.
Infine, sono anni che non avvengono veri e propri investimenti. Si applicano bilanci di mantenimento, pezze e cerotti. E si tira a campare con le compensazioni finanziarie pubbliche.
Cosa sono queste ultime? Sono i soldi che lo Stato gira all’operatore titolato del SU a compensazione delle spese che sostiene per le forniture che deve garantire; ma noi sappiamo che queste forniture non sono gratuite agli utenti. In certe zone d’Italia portare servizio è di certo oneroso per l’operatore ma non rappresenta la totalità dell’impegno quanto una minima percentuale.
Del resto ciasun utente, cliente di questo operatore, che si trovi o meno in zone disagiate, paga come tutti il servizio.
Non è bello fare i conti in tasca agli altri ma adducendo la mia personale esperienza – lavoro per un operatore che serve solo zone disagiate – saremmo già dovuti fallire da anni, dato che contributi, sovvenzioni, compensazioni e finanziamenti sono riservati solo a pochi eletti (che hanno sicuramente costi infinitamente maggiori, non si discute, ma anche ricavi proporzionalmente grandi).
Tuttavia questa situazione, lodevole in apparenza, di rendersi soggetto adempiente al SU, è anche un bel sistema per sottrarsi al rischio d’impresa.
Tutti quanti hanno o hanno avuto una propria attività sanno che quando si sceglie questa strada ci si lega a doppio filo col proprio lavoro e che ogni giorno ci sono degli imprevisti che possono arrivare anche a far cessare l’attività (non bastasse la forte pressione fiscale); sanno anche che ottenere un finanziamento è un cammino arduo.
Per certo un operatore (non SU) che fornisce un servizio di telecomunicazioni ha, oltre ai normali rischi d’impresa, anche alcune componenti aggiuntive di rischio che dipendono dalla normativa – che può variare e il cui adeguamento deve essere istantaneo – oppure ai vari aspetti di approvigionamento, per i quali si dipende da operatori e fornitori i quali, purtuttavia contrattualizzati, possono decidere di tagliare le forniture in qualsiasi momento (in certi casi costa meno pagare una sanzione che intervenire per risolvere un problema).
Inoltre l’operatore titolato del SU non può tecnicamente fallire. Come tutte le grosse compagnie – noto il caso di Alitalia – anche Telecom viene sorretta a più mani sebbene più volte in passato abbia presentato bilanci non solo da essere fallita 10 e più volte ma da essere praticamente un buco nero finanziario. Eppure esiste e resiste.
La situazione è in effetti ancor più complessa e frammentata in questo settore, da quando sopratutto il mercato è stato liberalizzato.
Anche per i meno informati è evidente che questa libertà non ha ancora portato a grandi risultati, aprendo anzi la strada a compagnie fantoccio, aperte e chiuse nel giro di un paio d’anni al massimo, create col solo scopo di racimolare fondi, per poi sparire (e lasciarsi dietro disastri).
Altri operatori nati dopo il post-liberalizzazione, guidati da seri intenti, hanno trovato una selva di ostacoli ereditati dal vecchio sistema, che evidentemente era stato liberalizzato solo sulla carta.
Per fare un esempio pratico, se un fornitore non vuole vendere una risorsa e nemmeno mostrare chiusura verso potenziali acquirenti, adotterà la soluzione di porre il costo di questa risora a prezzi stellari, al fine di scoraggiare quanti non possono accedere effettivamente ad ingenti capitali di avvio; queste pratiche sono sanzionabili, ma sovente non vengono sanzionate e pur quando avviene, la sanzione è sempre preferibile alla cessione della risorsa.
In tutto questo (e tanto altro) si muove quindi il servizio universale.
Definire quindi i parametri del SU non è un grosso studio, il quale è peraltro presente in Agenda Digitale; il problema si manifesta quando si tratta di accordare i vari soggetti e il marasma delle infrastrutture che dovrebbero portare i servizi.
Voglio infine proporre il mio piano di SU, ovvero cosa sarebbe fattibile e realizzabile nel breve termine.
Innanzitutto, cosa che sarebbe amata da molti, sarebbe possibile a basso onere per l’operatore e per lo Stato fornire accessi in banda larga in forma gratuita per gli utenti. Nel 2008 avevo presentato per ADD – Anti Digital Divide – un modello auto-sostenibile di tale piano, il quale comprendeva anche la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e l’accesso facilitato dei cittadini ai servizi da Essa forniti. Era il primo esempio di Smart City.
Tale piano si fondava su infrastrutture leggere e realtà di gestione replicabili su vasta scala, applicabili sia a zone a fallimento d’investimento sia a centri abitati di piccole dimensioni fino ai capoluoghi. Analizzando l’allora spesa pubblica avevamo accordato a questo piano un onere complessivo pari ad un ordine di grandezza fino a 8 volte inferiore.
Con le attuali tecnologie a disposizione e l’enorme impulso di ricerca che in questi anni si è avuto, sarebbe possibile farle attecchire più profondamente nel tessuto della gestione di un centro urbano, ma anche di una zona rurale, la quale pur condividendo le medesime necessità di base, ne presenta di ulteriori, fortemente caratterizzate dal territorio in cui si trova.
Parlando di dati, informazioni, Internet, connettività e mobilità, viene da chiedersi come mai manchi ancora una simbiosi reale tra queste possibilità e che l’accedere ai servizi digitali sia ancora appannaggio di una ristretta fetta di popolazione.
Il termine Universale implica che un dato servizio sia accessibile da tutti senza distinzioni. Questa definizione accende i riflettori su una fenomenologia in parte anche sociale. La necessità di accesso a tale servizio dipende anche da come è percepito il bisogno di accedervi, nella gente che non sia propriamente detta simpatizzante o addetta ai lavori.
In effetti l’obiettivo a cui tendere è la convergenza dei servizi, siano essi di comunicazione quanto di interazione; solo a questo punto si potrà definire l’Accesso Universale.
Fruire un insieme di servizi non dovrebbe richiedere idealmente un addestramento specifico quanto avere estensioni il più possibile naturali, aderenti alle consuetudini delle persone, comprendendo in queste la totalità della popolazione, sia essa appartenente alla digital era oppure più refrattaria; dovrebbe altresì (ma lo troviamo sempre nel succitato Piano) permettere l’accesso anche e sopratutto a persone portatrici di disabilità o limitate forzatamente a dover rinunciare ad alcuni servizi.
Tali servizi non dovrebbero essere inoltre invasivi quanto pervasivamente discreti; il sentirsi obbligati ad adottare una tecnologia è ben diverso dall’averla a disposizione come reale supporto; qui la fase di tutoraggio preventivo ricopre un ruolo fondamentale. Far conoscere le possibilità e mostrare come si affianchino alla propria vita è ben diverso da imporre scadenze ed applicarle, obbligando le persone ad adattarsi forzosamente (e spendere soldi per farlo).
Lampante è l’esempio della PEC e della compilazione digitale della Dichiarazione dei Radditi. “Da ora in poi sarà così, adeguatevi”.
Si certo, di tempo dalle varie presentazioni alle poi successive introduzioni ve n’e’ stato ma questo non ha sollevato il cittadino dai problemi, non quanto avrebbe fatto una corretta campagna di informazione a più livelli.
Conosco persone che a malapena sanno accendere un computer: e sono quelle che gestiscono imprese artigiane o di PMI. Quelle che costituiscono la stragrande maggioranza della produttività del nostro paese.
Per certo sanno anche loro che prima o poi si dovranno adeguare ma percepiscono questa condizione in modo negativo e con dolore. Vinti in partenza.
